LOGOROMA – Lettera aperta alla commissione…

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Come riportto dal blog ADCI e successivamente anche da Draft.it :

Gentili signori, scrivo a nome della stragrande maggioranza degli oltre 1000 partecipanti al concorso in oggetto, in seguito alla recente presentazione del vincitore in data 16.09.10 presso il Museo dell’Ara Pacis.
A guidare queste righe è l’estremo disappunto suscitato dalla visione dell’elaborato vincente e dalle parole con cui pubblicamente ne avete motivato la vittoria.
In questa lettera aperta – alla quale mi auguro di ricevere presto risposta pubblica – mi faccio portavoce delle centinaia di professionisti, partecipanti e non, riuniti in spazi online creati ad hoc per esprimere a gran voce un dissenso largamente condiviso. Dissenso che deriva da un’attenta valutazione dell’elaborato vincente e dei 70 selezionati per l’esposizione presso il Museo.

Dopo le recenti “occasioni clamorosamente mancate” (mi riferisco con un eufemismo agli episodi relativi ai marchi “Italia Turismo” e “Magic Italy” entrambi come saprete al centro di accese polemiche) la comunità nazionale dei designer nutriva grandi aspettative per questo concorso che si presentava come la possibilità di dare alla Capitale un’immagine in linea con gli standard dei più noti City Brands mondiali. Citando dallo stesso materiale di approfondimento fornito dal Comune in allegato al Bando, esempi come New York, Amsterdam, Londra e Barcellona sono la testimonianza della grande considerazione altrove riservata al brand design applicato alle principali metropoli mondiali. Finalmente, si diceva, Roma avrebbe avuto l’occasione di allinearsi a quello che più che un semplice trend è piuttosto una solida strategia di marketing e comunicazione.
L’attesa, durata oltre un anno, si è però conclusa nel peggiore dei modi poiché quanto appreso dalla comunicazione del vincitore è stato percepito unanimamente come l’ennesimo fallimento.

Occorre in primis andare oltre la legittima indignazione e l’espressione del gusto personale per condurre una lucida analisi della proposta vincitrice sulla base dell’esperienza derivante da una professione, quella appunto del designer, che chi scrive esercita quotidianamente da anni.
È indispensabile riconoscere che l’intero concorso, e le proposte che ne sono conseguite, vanno collocati nell’ambito della progettazione grafica, nello specifico del brand design. Materia, questa, dall’elevata componente tecnica, oltre che artistica. Collocare quanto andiamo a contestare nell’ambito giusto ci consente di fare un’analisi che non scivoli continuamente nell’opinabile, che non si nasconda dietro una mera e banale “questione di gusti” bensì proceda punto per punto seguendo unicamente i fin troppo chiari articoli presenti sul Bando.

(Dall’art. 7 del Bando di Concorso)
Il marchio proposto dovrà necessariamente rappresentare l’immagine della Lupa Capitolina, simbolo della fondazione di Roma ed essere accompagnato dall’espressione testuale/logotipo “Roma”.

Una prima obiezione viene mossa proprio in riferimento Lupa Capitolina, la cui presenza era il requisito primario del Concorso. Ci chiediamo come sia possibile che tra le mille e più stilizzazioni pervenute la scelta sia caduta su una versione che nulla mostra dei segni distintivi della Lupa Capitolina, sacrificando tali segni distintivi in favore di una fantomatica “colonna” che domina inspiegabilmente la scena.
Nel rational del vincitore si fa cenno a tale associazione colonna/Lupa motivandola al fine di legare “icasticamente la fase arcaica all’era regia, quella imperiale e quella medievale, sfruttando le immagini simbolo dal potere evocativo, ineludibile e apodittico”.
Centinaia di designer sono qui a chiedersi cosa ci sia di apodittico in una sintesi grafica che rende la Lupa Capitolina irriconoscibile e concentra l’attenzione su una colonna ionica (???) che NULLA ha a che vedere con le fasi arcaica, regia, imperiale e medievale della città, men che meno con il futuro.
Domanda: Prof. Morcellini e colleghi, come mai quest’improvvisa enfasi nel parlare di (cito testualmente) “richiamo alla tradizione classica evidente nella ricca iconografia del capitello”? Cosa ha a che vedere una colonna ionica con un marchio che dovrebbe rappresentare Roma?

Il marchio proposto dovrà avere le seguenti caratteristiche: Distintivo e originale.

Probabilmente il punto di partenza più difficile per motivare una contestazione. Ad ogni modo mi limiterò a citare una fotografia visibile nell’account Flickr del Sig. Michele Rallo, comprensiva di indicazioni sul copyright e rintracciabile alla PRIMAPAGINA delle immagini di Google digitando semplicemente le parole “Roma lupa”. Centinaia di partecipanti, in questi giorni, si chiedono se il marchio di una città nota in tutto il mondo possa essere così facilmente riconducibile grazie ad uno scatto di un utente privato immediatamente rintracciabile in Rete.

Riproducibile e flessibile, mantenendo la sua efficacia espressiva e comunicativa nelle applicazioni su diverse dimensioni, nella riproduzione in positivo e negativo, a colori e in bianco e nero, nell’uso verticale e orizzontale e nelle due come nelle tre dimensioni;

Qui entriamo nel vivo della contestazione in quanto il parere espresso, oltre all’essere unanimamente condiviso dai partecipanti, è squisitamente tecnico e dunque ampiamente dimostrabile:
La presenza di sole linee sottili, l’utilizzo di un tratto irregolare non controbilanciato da forme solide e nette, il lettering sgraziato e poco leggibile, le cornici esterne che azzardano un’intersezione con la “M” sono TUTTI elementi che rendono assai ardua ogni applicazione.
In particolare, le caratteristiche elencate sopra impediscono riduzioni significative, rendono illeggibile la versione in negativo e in b/n così come un adattamento in verticale o ancor meno una versione tridimensionale. La mancanza di riproducibilità è tale da balzare persino agli occhi dei non addetti ai lavori e ogni tentativo di gestione del marchio ne rivela i molteplici punti deboli citati sopra, rendendolo di fatto inutilizzabile.
Chi scrive chiede a gran voce la pubblicazione del Manuale di utilizzo del logo, richiesto come condizione vincolante alla premiazione. Se su tale manuale questo marchio si rivelasse applicabile già solo negli adattamenti di base (intestati, coordinati etc) centinaia di designers italiani griderebbero al miracolo.

Versatile e applicabile in più forme sui principali supporti di comunicazione e nei diversi settori merceologici e prodotti di merchandising tenendo conto dei diversi materiali e tecniche di stampa e riproduzione.

Direttamente collegata alla riproducibilità in scala, la versatilità risulta compromessa a monte per gli stessi motivi. Questo marchio è stato costruito senza tener minimanente conto delle odierne tecnologie di stampa. Esempi eclatanti sono la serigrafia (la riduzione del marchio da luogo all’amalgamarsi degli inchiostri serigrafici rendendolo illeggibile), l’incisione e/o stampa punzonata (stesso problema dovuto alle linee estremamente sottili e vicine tra loro, per non parlare della cornice di destra che arriva persino a sovrapporsi alla “M”!), il ricamo (idem).
Chi scrive, forte di un esperienza pluriennale nell’industria della moda e nel tessile in generale, ci tiene in particolar modo a far notare che la serigrafia ed il ricamo in primis sono trattamenti indispensabili per produrre merchandising di base (t-shirt, cappelli, polo, felpe etc.).

Sempre all’art. 7 si legge inoltre che “Particolare valore sarà dato anche all’esplicitazione di molteplici modalità di funzioni e applicazione del marchio, che saranno ritenute parte integrante del progetto stesso. Espressamente si richiede una proposta di applicazione su: carta intestata, prodotti editoriali, magliette, shopper, banner web.”

Si prosegue in merito agli art. 5 e 6 che cito per intero L’aggiudicazione del premio è subordinata alle verifiche dell’originalità dei lavori presso gli organismi internazionali all’uopo preposti.
e
L’autore o gli autori della proposta vincitrice, partecipando al concorso rinunciano ad ogni diritto di utilizzazione sui propri elaborati. La privativa, in caso di vincita, si trasferirà al Comune di Roma, senza che l’autore/i possano avere nulla a che vantare al riguardo a qualsiasi titolo.

Si rende noto, come gia annunciato dalla stampa, che il logo in questione risulta essere regolarmente depositato dalla titolare di un’agenzia differente da quella annunciata in premiazione.
Lungi da me entrare nel merito di questioni legali che verranno risolte in privato tra le parti la domanda che rivolgo alla Commissione è la seguente:Dal momento che la notizia di una presunta attribuzione indebita circola da ben prima della premiazione, non bastava forse questo semplice sospetto a rendere il logo incompatibile con la precisazione del Bando di cui sopra?

Infine, citando il comunicato stampa con il quale si è annunciata vincitrice la Mediapeople Srl di Torino, emergono dichiarazioni che, lette alla luce di queste obiezioni, risultano a dir poco paradossali: “Il bando chiedeva di interpretare in chiave contemporanea l’immagine della Lupa Capitolina abbinata all’espressione testuale/logotipo Roma”.

Alcune domande in merito:

  • Dov’è la “chiave contemporanea”? Quale criterio di giudizio ha spinto la Commissione a decretare su 1103 partecipanti una proposta che reca la scritta Roma priva dell’iniziale maiuscola?
  • E inoltre: “La valutazione è stata effettuata in base ai seguenti criteri: innanzitutto i prerequisiti presenti nel bando, poi originalità e riconoscibilità, creatività e attualità stilistica, efficacia del sistema comunicativo, flessibilità e riproducibilità della proposta, idea e rilevanza del progetto.”

 

Domanda:

  • Se i prerequisiti presenti nel bando risultano clamorosamente ignorati e l’efficacia del sistema comunicativo, flessibilità e riproducibilità della proposta destano i non pochi ragionevoli dubbi sopra esposti, non è forse il progetto totalmente inadatto a vincere una simile competizione? Proseguiamo poi con la dichiarazione dello stesso Morcellini, in un testo che avrebbe il compito di motivare la vittoria di Mediapeople Srl

 

“Ideato nel 2009, il progetto nasce da alcune premesse specifiche: (…) la volontà di rafforzare la visibilità della capitale e la valorizzazione della tradizione storica e culturale della città, con un segno immediato, raffinato e carico di significati.”

Gentile prof. Morcellini, tra le altre cose, può cortesemente illustrarci i significati di cui sarebbe carico il suddetto “segno”?

Continuando a leggere il suo intervento ci si trova inoltre basiti alle seguenti parole:“Il segno individuato come vincitore è stato apprezzato soprattutto per la sua eleganza e l’idea progettuale che lo sorregge”

Eleganza? Idea progettuale che lo sorregge? Una folta schiera di designer è qui a chiedersi quale sia questa idea progettuale, dal momento che il logo appare privo di ogni equilibrio grafico e sgraziato, dunque certo non elegante.
Qual è inoltre secondo lei, in una proposta così strutturata, il segno grafico che la contraddistingue? Qual è la sintesi a cui il marchio dovrebbe aspirare una volta raggiunta la sua notorietà? La “M”, forse?

“Il tutto è arricchito dalla leggerezza del tratto con cui viene restituita l’icona capitolina”

In altre parole: la leggerezza del tratto che da tutti verrebbe indicata come difetto principale è stata la una qualità che ha contribuito alla vittoria? Quello che lei più avanti definisce “lettering pittorico” è quel genere di errore che un progettista impara in fretta ad evitare: caratteri sgraziati e privi di peso generano inevitabilmente confusione e – di nuovo – scarsa riproducibilità. Per non parlare della scelta cromatica che – sempre stando al suo intervento – darebbe “ulteriore slancio”. Come se l’ennesimo utilizzo dei colori istituzionali adottati da Roma, dall’impero al Comune, fossero elemento di novità.

Conclusioni: In questa lettera si sostiene fermamente che questo marchio, non essendo provvisto dei criteri BASILARI con i quali si progetta un brand, e mancando clamorosamenteTUTTI i requisiti di bando NON PUO’ PRESTARSI AI MOLTEPLICI USI CITATI ED È DUNQUEINUTILIZZABILE AI FINI DEL CONCORSO.

Infine, altre perplessità sorgono alla visione dei 70 lavori esposti all’Ara Pacis, la maggior parte dei quali, a detta di tutti i visitatori (inclusi i non addetti ai lavori) manca totalmente delle caratteristiche proprie di un brand (su tutti, spiccano proposte imbarazzanti con l’uso della Lupa come elemento FOTOGRAFICO)

Sorvolando sulle dichiarazioni del Sindaco Alemanno, il quale paragona questo “disegno” ai noti city brand mondiali sostenendo che il primo non avrebbe “nulla da invidiare” ai secondi, ci chiediamo come sia possibile che una giuria composta da stimati accademici possa giungere ad una conclusione così DIAMETRALMENTEOPPOSTA al parere di centinaia e centinaia di professionisti che, di fronte a dei criteri di valutazione INCOMPRENSIBILI hanno scelto di procedere ad un ricorso collettivo con l’obiettivo di fermare questa operazione prima che la città subisca altre beffe. Un gran numero di partecipanti chiede con forza delle spiegazioni esaurienti per le tante anomalie. Prima che i cittadini di Roma si rendano conto di aver pagato 40.000 Euro un marchio che non può svolgere le sue funzioni principali.

Si invita dunque alla Commissione a confutare quanto scritto finora, riconoscendone il valore non di mera teoria bensì di pareri tecnici condivisi da centinaia di professionisti.

Una Vs celere risposta, che sarà mia cura rendere pubblica come diretta replica a questa lettera, sarà ampiamente apprezzata.

Cordialmente,
Fabrizio Verrocchi

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